La formula vincente del Politecnico di Losanna
marzo 14th, 2011 CarloPosto qui di seguito un interessante articolo linkatomi da niente di meno che il buon vecchio Fabio Rossinelli, grande amico e compagno di bevute in terra elvetica.
Il testo a cura di Moreno Bernasconi, apparso ad inizio anno sul Corriere del Ticino (il principale quotidiano della Svizzera italiana), spiega alcuni dei probabili motivi del successo del Politecnico di Losanna, ormai divenuta la seconda università europea secondo le classifiche mondiali.
Se si guarda al ranking degli atenei a livello mondiale, il Politecnico di Losanna figura ai primi posti. Qual è il segreto di questo successo?
«La ragione non è una sola: parlerei piuttosto di una combinazione di fattori virtuosi. Anzitutto si sono mantenute alcune buone abitudini svizzere, a cominciare dalla volontà di reclutare i migliori professori a livello internazionale. Nello specifico, la scuola politecnica di Losanna attua inoltre una politica verso i giovani che si rivela assai positiva. Mi riferisco in primo luogo alla scuola dottorale, cioè ad accrescere il numero dei giovani dottorandi. E poi a quella che in America chiamano “tenure track”, vale a dire l’assunzione ad un’età molto prematura di giovani docenti in qualità di professori assistenti, per un periodo di circa sei anni durante i quali viene valutata la loro capacità di diventare di ruolo. Se ci riescono, entrano a far parte della struttura portante della scuola. Durante questo periodo, i giovani professori assistenti (l’età varia da materia a materia, ma in alcuni casi l’arruolamento può avvenire già a partire dai 25 anni) godono di una totale indipendenza. Il nostro slogan è il seguente: meglio avere dei professori assistenti che degli assistenti dei professori. Non devono eseguire ordini, ma farsi valere nel loro campo dimostrando in modo indipendente con risultati accademici le loro capacità. Dispongono inoltre di mezzi non eccezionali ma direi discreti. Queste condizioni, la libertà ma anche la consapevolezza che hanno un tempo limitato per eccellere, rappresenta uno stimolo estremamente efficace per loro ma anche un capitale notevole per l’istituto accademico, con il quale molto spesso essi coltivano un attaccamento molto stretto, dovuto proprio al loro statuto. Quali sono in Europa le alternative a questo modello? Chi vuol fare carriera universitaria deve passare attraverso un iter lento che lo porta a 35-40 anni senza aver mai potuto lavorare in modo indipendente, avendo messo le proprie energie migliori a disposizione di baroni accademici attaccati al loro posto».
Il modello è davvero unico in Europa?
«È molto raro se non unico che negli atenei di altri Paesi europei si faccia fiducia e si garantisca indipendenza accademica e mezzi a giovanissimi promettenti per un periodo prolungato di tempo».
Ma puntare sull’eccellenza significa inevitabilmente che dei tanti promettenti cui si fa fiducia non tutti diventeranno cattedratici. La selezione come e quando si fa?
«La selezione è assai severa e effettivamente non tutti riescono ad imporsi. Le decisioni vengono prese a tre livelli differenti, per garantire l’eccellenza all’Istituto e alla fine solo il 65%-70% ce la fa».
Lei parlava dei mezzi disponibili. I politecnici, rispetto ad altri atenei, dispongono di più mezzi che vengono loro direttamente dalla Confederazione. Questo fatto aiuta l’eccellenza.
«È vero, ma l’esperienza insegna che i mezzi da soli non sono mai una garanzia di successo. Ci sono esempi illustri di università che hanno ricevuto mezzi ingenti e che ciononostante non sono riuscite ad eccellere».
Il Presidentissimo del Poli Aebischer può essere considerato anch’egli uno dei segreti del successo dell’EPFL?
«Bisogna dire che prima che arrivasse Patrick Aebischer c’è stato un lungo periodo di preparazione assolutamente necessario per creare le premesse del successo. I suoi predecessori hanno preparato il terreno con un rigore straordinario, ad esempio per quanto attiene alle nomine professorali. L’azione decisiva di Aebischer è stata la capacità, partendo da queste ottime premesse, di fare il salto verso l’eccellenza internazionale».

Attirare i migliori dottorandi e professori a livello internazionale è vincente, ma non rischia di creare una specie di torre d’avorio di teste d’uovo, totalmente avulsa dal Paese, dalla Svizzera?
Proprio per questo il Poli di Losanna ha creato corsi specifici che permettono di conoscere la Svizzera, le sue istituzioni e la sua cultura in profondità. In questi corsi insegnano anche personalità svizzere di primo piano come l’ex consigliere federale Pascal Couchepin. Questo è un grande valore aggiunto per i dottorandi. Sia che rimangano in Svizzera sia che partano, questi futuri accademici sono attrezzati per capire questo Paese. D’altronde, se c’è una cosa che l’EPFL non vuole assolutamente è la Torre d’avorio. Basta guardare il nostro nuovo edificio del Rolex Learning Center: emblematicamente trasparente e aperto sul mondo esterno anche nella sua architettura».
C’è un aspetto sorprendente della formazione che propone l’EPFL. In una scuola che si occupa essenzialmente di scienze dure ad altissimo livello se non erro date importanza anche alla formazione umanistica. È vero? E per quale motivo?
«È proprio così. Nel curriculum di tutti i nostri studenti è previsto un certo numero di crediti consacrati esclusivamente alle scienze umane e sociali. Il motivo di questa scelta è il seguente: noi riteniamo che nella nostra epoca un professionista non possa essere – come diceva Herbert Marcuse – “ad una dimensione”, ma debba essere una persona che dispone di diverse caratteristiche e competenze e una conoscenza del mondo che non si riduce alla conoscenza tecnica. Non si tratta di una scelta ideologica. Ciò che noi constatiamo è che dopo cinque anni dal diploma, la grande maggioranza dei nostri studenti ha cambiato la direzione della propria attività e ciononostante mantiene piena soddisfazione rispetto alla formazione che ha ricevuto. Per quale ragione? Prima di cominciare ad essere specialisti nel genio civile, l’ingegneria meccanica e così via, gli studenti ricevono un’ampia formazione di base in matematica, fisica, chimica ecc., uguale per tutti quanti. Fra queste materie abbiamo cominciato ad inserire anche una base umanistica. In alcuni casi ciò si spiega immediatamente: i corsi di cultura svizzera oppure quelli di cultura asiatica servono ovviamente ad inserirsi professionalmente in un contesto socioeconomico specifico. Ad di là di questo, esiste una necessità di formazione generale. Noi non riteniamo infatti che un buon ingegnere possa essere tale soltanto in forza di una completa formazione tecnica nel campo ingegneristico. Questo è un mito diffuso ma che non regge. Mi spiego con qualche esempio. Le grandi scoperte nel campo della fisica, della chimica o quant’altro non sono fatte pedissequamente entro i confini della propria materia specifica. I balzi in avanti, le scoperte le fanno molto spesso persone che hanno un’apertura mentale che va oltre le competenze specifiche di settore. E questa apertura viene senz’altro favorita dalle scienze umane e sociali».
Le sue affermazioni vanno controcorrente. L’impressione comune è che il valore aggiunto sia rappresentato dalla specializzazione.
«Le cose non stanno così. Nel mondo attuale, dove i cambiamenti avvengono ad una rapidità straordinaria, il valore di una specializzazione si esaurisce nello spazio di cinque-dieci anni. Poi cosa resta? Se la persona è soltanto ultraspecializzata non resta nulla. E quindi impostare la propria carriera professionale a partire da una formazione ultraspecializzata e basta è estremamente pericoloso. Uno si ritrova facilmente fuori gioco dopo poco tempo. La mobilità sull’arco di una carriera che dura quaranta o cinquant’anni come può essere garantita? Ci vuole uno zoccolo duro di conoscenze non specialistiche di base, comprese quelle nel campo delle scienze umanistiche».
In società complesse e in rapida trasforzazione come le nostre, è quindi opportuno accrescere ed ampliare il proprio bagaglio di formazione di base e non settorializzarlo.
«Esatto. Le nostre società sono in piena espansione a tutti i livelli e ciò pone una serie di problemi. Facciamo anche qui qualche esempio. Nel trattare professionalmente con altre persone, se si ha a che fare con contesti e strutture non democratiche le cose possono essere semplificate. Dovendo avere a che fare con strutture democratiche il rispetto delle differenze nelle trattative e nella gestione delle risorse umane è essenziale. Oggi dare ordini, per limitarci a questa questione primaria, diventa sempre più difficile».
Quello che lei dice risponde soltanto ad una preoccupazione utilitaristica (se devo andare in Cina a lavorare, ho ovviamente interesse a conoscere la cultura del Paese), oppure è importante anche in formazioni tecnico-scientifiche, mantenere l’uomo al centro, come ad esempio si preoccupava di fare la scienza greca?
«A parer mio, la deviazione dalla centralità dell’uomo nella scienza è durata poco nel tempo. È soprattuto il positivismo, nel diciannovesimo secolo, ad averlo fatto, producendo non pochi sconquassi. In realtà, con l’avvento della fisica moderna, la base culturale è cambiata radicalmente rispetto a quel periodo. Con l’avvento della meccanica quantistica si è abbandonata la visione filosofica che pretende di poter comprendere con una precisione assoluta la realtà. Oggi sappiamo che esiste un limite assoluto alla conoscenza dato dal principio di indeterminazione. Ciò ha ripercussioni filosofiche rilevanti: non esiste più la pretesa di prevedere grazie a modelli matematici i fenomeni con conseguenze anche nel campo della libertà e della società. Con l’avvento della nuova filosofia della scienza siamo chiamati a convivere con una incertezza che proviene dalle basi stesse delle nostre discipline. Se le cose stanno così, avere un aspetto complementare è essenziale».
E come definirebbe questo aspetto complementare?
«È quanto viene espresso dalle nozioni di Esprit de géométrie e Esprit de finesse. Nella conoscenza del mondo, e nel trattare con la società, noi disponiamo di strumenti matematici che ci permettono di circoscrivere certi aspetti. Ma altri aspetti della realtà, dell’uomo e della società non si lasciano circoscrivere con assiomi. Ci vuole altro».






